L’Emilia-Romagna ha ospitato nella città di Ferrara la seconda tappa del progetto nazionale La readiness del sistema sanitario nella gestione del diabete di tipo 2 promosso da FIASO, la Federazione Italiana delle Aziende Sanitarie e Ospedaliere, con il contributo non condizionante di Lilly e Roche Diabetes Care. Obiettivo: aprire una riflessione sull’attuale stato dell’arte nella gestione del diabete di tipo 2 e individuare opportunità di miglioramento, con particolare attenzione a PDTA, presa in cura precoce, scelte terapeutiche innovative, appropriate e sostenibili.
La fotografia epidemiologica e la gestione della patologia sul territorio
L’Emilia-Romagna, con 4,48 milioni di abitanti e oltre 300.000 persone con diabete – con un incremento del 30% dal 2010 – più del 90% delle quali con diabete di tipo 2, poco più dell’8% della popolazione adulta, è tra le regioni del Nord Italia a più alta prevalenza per questa patologia. Pur in presenza di un trend di prevalenza in crescita, la mortalità associata alla malattia diabetica diminuisce (-2,5%), in modo lento ma stabile. Il peso economico per l’assistenza alle persone con diabete ha superato il miliardo di euro: il 46% riferibile ai ricoveri, il 38% alle terapie farmacologiche.
Presentati i dati della Survey regionale FIASO: il sistema sanitario emiliano-romagnolo risponde con prontezza, efficacia ed efficienza ai bisogni delle persone con diabete di tipo 2. Lo storico sistema di Rete integrata che poggia su PDTA interaziendali, forte sinergia tra specialisti e medici di medicina generale e multi-professionalità a vari livelli, funziona ed è sufficientemente diffuso su gran parte del territorio: 23 strutture diabetologiche, oltre 60 ambulatori periferici e 113 Case della comunità, ne fanno un modello di successo in continua evoluzione, con una readiness medio-alta. Non mancano nodi critici con margini di miglioramento: necessità di rafforzare l’attenzione per la misurazione degli outcome clinici e di salute, di potenziare la prevenzione primaria e rafforzare il coordinamento delle cure territoriali, attraverso una rinnovata centralità del Distretto, e di rendere più omogenea l’attuazione del modello di presa in cura applicato.
I risultati del report FIASO e l’organizzazione della rete di assistenza
Mercoledì 16 settembre 2026 – La Regione Emilia-Romagna è capace di garantire un percorso per il diabete di tipo 2 omogeno, equo, e pronto a integrare l’innovazione? Sì, la risposta del sistema sanitario regionale emiliano-romagnolo ai bisogni delle persone con diabete di tipo 2 è pronta, efficace ed efficiente, in una parola è sufficientemente “ready”. Parlare di eccellenza, o meglio ancora di best practice, è d’obbligo per questo che a ragione è univocamente considerato un modello di successo, che registra da anni risultati clinici molto favorevoli. Questi risultati sono il frutto di un lavoro consolidato nei decenni, di cui l’Emilia-Romagna è stata pioniera, da sempre orientata alla Comunità, al dialogo con le istituzioni locali e con l’associazionismo, in continua evoluzione per garantire ai cittadini accesso appropriato, tempestivo ed equo alle cure migliori, ma anche sostenibilità.
L’Emilia-Romagna ha sviluppato il suo modello intorno alla multidisciplinarietà e alla tradizionale capacità di valorizzare le competenze individuali e di promuovere il lavoro di squadra. Fiore all’occhiello del sistema, l’organizzazione minuziosa dell’assistenza diabetologica, che rappresenta da sempre un punto di riferimento per la gestione del diabete e che per questa Regione è una realtà fondata su basi solide. Protagonista un modello misto di rete integrata, varato negli anni ’90, a partire dai PDTA interaziendali, dalla gestione integrata con i medici di medicina generale per i casi stabili e reti di cura specialistiche per i casi più complessi. Uno scenario estremamente articolato, ma dinamico e ben rodato. Eppure, benché sulla carta l’organizzazione sia ben delineata, i dati degli outcome di salute e clinici secondo gli addetti ai lavori mostrano ancora margini di miglioramento; sussistono nodi critici e il processo è in continua evoluzione, con necessità di rafforzare l’attenzione per la misurazione degli esiti e l’utilizzo dei dati disponibili, e per l’omogeneità di applicazione del modello di presa in cura, a partire da una maggiore integrazione e interconnessione tra ospedale e territorio, e un passaggio più deciso dalla medicina di attesa alla medicina di iniziativa, con il coinvolgimento esteso delle Comunità, e l’approccio tipico del Community Welfare.
Queste alcune delle evidenze emerse dai risultati contenuti nella Survey regionale e integrate dalle riflessioni sviluppate negli interventi dei principali attori del sistema sanitario emiliano-romagnolo nel corso dell’evento La readiness del sistema sanitario nella gestione del diabete di tipo 2, promosso da FIASO – Federazione Italiana delle Aziende Sanitarie e Ospedaliere, con il contributo non condizionante di Lilly e Roche Diabetes Care, che si è tenuto a Ferrara questa mattina.
Il diabete di tipo 2 è una delle maggiori sfide sanitarie ed economiche per i sistemi sanitari di tutto il mondo. Nonostante l’ingresso di modelli organizzativi strutturati come i PDTA, nuove molecole in grado di proteggere cuore, rene e fegato, bersagli della malattia diabetica, e avanzate tecnologie digitali, una quota significativa di pazienti non raggiunge il controllo glicemico raccomandato. Molteplici le cause: dai ritardi diagnostici a una insufficiente integrazione ospedale-territorio, da interventi terapeutici più intensivi ritardati ad un accesso disomogeneo ai percorsi e all’innovazione. Criticità sistemiche che interessano diversi sistemi sanitari regionali italiani, riducendo di fatto la capacità del Servizio Sanitario di gestire in maniera appropriata e tempestiva la cronicità diabetica.
Il quadro delle tappe nazionali e le analisi dei dirigenti sanitari
È in questo contesto che FIASO ha voluto promuovere il progetto “La readiness del sistema sanitario nella gestione del diabete di tipo 2”, che si articola in cinque tappe regionali (la prima ha toccato la Puglia, oggi la seconda in Emilia-Romagna, cui seguiranno Lazio, Veneto e Toscana) che vedono il coinvolgimento di rappresentanti della comunità scientifica e professionale, Associazioni dei pazienti, decisori regionali e direzioni delle aziende sanitarie. Il percorso si concluderà con una Giornata nazionale di sintesi, a Roma, il 3 dicembre 2026 presso il Ministero della Salute.
«Di fronte ai numeri del diabete – spiega Giuseppe Quintavalle, Presidente FIASO e Direttore generale della ASL Roma 1 – la domanda che dobbiamo porci come manager della sanità italiana è “come possiamo far funzionare meglio il sistema che si prende cura delle persone che si misurano con questa cronicità?”. Noi siamo convinti che strumenti come i PDTA siano particolarmente utili, perché ci consentono di garantire l’attenzione più adeguata a tutte le fasi del percorso di presa in cura, a cominciare dalla prevenzione. Assicurano, inoltre, le risposte più corrette in termini di appropriatezza di ciò che mettiamo a disposizione dei cittadini e ci permettono di intervenire, per tempo, sull’aderenza, tanto diagnostica che terapeutica. E poi siamo in una fase nuova della vita del SSN, con le nuove Case della comunità, che potrebbero giocare un ruolo rilevante per questa come per altre cronicità, e con la disponibilità crescente di strumenti digitali e di telemedicina, che aprono spazi enormi alle possibilità del sistema di essere più efficace in termini di medicina di iniziativa, continuità e prossimità, grazie anche all’integrazione dei monitoraggi da remoto. Il progetto La readiness del sistema sanitario nella gestione del diabete di tipo 2 – prosegue Giuseppe Quintavalle – nasce da tutte queste considerazioni: vogliamo costruire, insieme alle reti regionali di FIASO, ai principali stakeholder e all’intera comunità diabetologica un framework di analisi e di governance che misuri la reale capacità — la readiness, appunto — del sistema di applicare percorsi di presa in cura di qualità, equi e sostenibili e faccia emergere le tante buone pratiche esistenti. L’obiettivo finale è tradurre tutto questo in indicazioni operative, immediatamente utilizzabili da aziende sanitarie e decisori, ai diversi livelli, guardando alle specificità del diabete di tipo 2, ma anche ai suoi aspetti paradigmatici, che potrebbero consegnarci, questa è la nostra ambizione, un modello di intervento valido anche per altre cronicità».
In Emilia-Romagna, l’assistenza alle persone con diabete è garantita da un modello integrato tra servizi specialistici di diabetologia e medicina territoriale. La diagnosi, l’inquadramento del caso clinico e l’educazione terapeutica sono prerogativa dei team diabetologici. La presa in carico è modulata a seconda della complessità clinica. Le persone con buon controllo glicemico, stabili e senza complicanze sono seguite dal medico di medicina generale; le persone con controllo metabolico non a target, fragilità, complicanze e terapie complesse o elevato rischio cardiovascolare e renale, sono seguite nei Centri diabetologici.
L’epidemiologia del diabete, in particolare quello di tipo 2, non è facile da definire. Patologia cronica, a insorgenza subdola e sovente “a gradini”, comporta spesso una diagnosi tardiva, tant’è che in Italia si stima che circa un milione e mezzo di persone siano affette da diabete, ma non ne siano a conoscenza (Documento degli Stati Generali sul Diabete 2024). Il ritardo diagnostico aggrava le complicanze, peggiora la qualità della vita e aumenta i costi sanitari. Per questi motivi, la prevenzione è essenziale, e per prevenire in maniera efficace bisogna essere in grado di individuare i pazienti a maggior rischio (stratificazione del rischio) e focalizzarsi su questa popolazione.
Dati epidemiologici e sostenibilità economica delle terapie
Considerata l’elevata prevalenza del diabete tipo 2, il trend in costante crescita e il carico socio-sanitario, il sistema emiliano-romagnolo ha trovato una soluzione soddisfacente per superare questo gap: l’incrocio dei dati.
«Per ottenere una fotografia più completa, la Regione integra diverse banche dati amministrative: esenzioni per diabete, prescrizioni farmaceutiche, ricoveri ospedalieri, prestazioni specialistiche e mortalità. Questa modalità – spiega Paolo Di Bartolo, Direttore del Programma di Assistenza Diabetologica della Azienda USL della Romagna; Università degli Studi Alma Mater di Bologna – consente di stimare con buona accuratezza non soltanto la prevalenza, ma anche gli esiti e i costi assistenziali. Alla fine del 2024 in Emilia-Romagna risultavano 300.267 persone con diabete: circa il 6,7% dell’intera popolazione regionale e poco più dell’8% della popolazione adulta, percentuale al di sopra della media nazionale stimata al 6,3% (Italian Diabetes Barometer Report 2025 su dati ISTAT 2023). Oltre il 90% convive con un diabete di tipo 2. Dal 2010 il numero delle persone con diabete è aumentato di circa il 30% e il trend rimane in crescita. Le ragioni sono molteplici: l’invecchiamento della popolazione, l’aumento del sovrappeso e dell’obesità e gli stili di vita associati all’urbanizzazione. Solo il 23% delle persone con diabete vive in aree rurali, mentre la grande maggioranza risiede in contesti urbani. Inoltre, circa il 70% delle persone con diabete presenta almeno un’altra patologia cronica. Anche in Emilia-Romagna incidono le condizioni socioeconomiche: la prevalenza aumenta nelle fasce di popolazione più svantaggiate. Il diabete è inoltre più frequente negli individui di sesso maschile, che rappresentano il 52% della popolazione diabetica nella nostra Regione. In termini assoluti, la spesa sanitaria complessiva continua ad aumentare. Nel 2024 l’assistenza alle persone con diabete in Emilia-Romagna ha superato un miliardo di euro: circa il 46% della spesa è riferibile ai ricoveri e il 38% alla farmaceutica. La distribuzione dei costi si è modificata nel tempo: nel 2016 la farmaceutica rappresentava circa il 17% della spesa complessiva, mentre oggi la disponibilità di terapie innovative ha determinato uno spostamento verso questo capitolo. Il tema della sostenibilità è quindi centrale, ma non può essere affrontato considerando soltanto il costo immediato dei farmaci, bensì anche di opportunità e di valore».
L’Emilia-Romagna è una Regione con una conoscenza approfondita della popolazione affetta da diabete. La gestione integrata tra diabetologi, medici di medicina generale, cardiologi, nefrologi, infermieri, dietisti, servizi sociali e altri operatori sanitari ha consentito sinora un costante miglioramento degli outcome clinici con esiti complessivamente favorevoli: diminuisce la mortalità (-2,5%) in modo lento ma stabile, in calo gli eventi cardiovascolari e renali, e le amputazioni maggiori. Un miglioramento legato in parte alla qualità dell’assistenza garantita da una rete regionale diffusa, che conta 23 Centri diabetologici, 60 ambulatori periferici e 113 Case della comunità, in parte all’attenzione per il controllo dei fattori di rischio e alla disponibilità di nuovi farmaci capaci di ridurre le complicanze cardiovascolari, metaboliche e renali.
La Survey regionale presentata stamattina è il secondo tassello di un percorso più ampio, con l’obiettivo di identificare gap, vulnerabilità, capacità di integrare l’innovazione, livello di raccordo tra setting assistenziali, modelli organizzativi replicabili, bisogni di ottimizzazione dei percorsi e criteri preliminari di readiness nelle cinque Regioni prese in considerazione. A questo scopo è stato adottato un approccio multi-stakeholder, che ha coinvolto gli specialisti, le Società Scientifiche, le Associazioni dei pazienti, i medici di medicina generale, le professioni sanitarie e il management delle direzioni sanitarie. Otto i domini interessati dall’analisi: governance/PDTA, integrazione ospedale-territorio, innovazione terapeutica, accessibilità/equità, digitalizzazione, monitoraggio degli esiti, professionalità e patient engagement.
Punti di forza e criticità operative emerse dalla survey
Il modello misto di rete integrata emiliano-romagnolo per la governance del diabete di tipo 2 si connota da sempre per un forte esercizio della funzione di programmazione a monte del percorso e un altrettanto forte esercizio della funzione di verifica della qualità dell’assistenza e del controllo sulla sostenibilità a valle.
Dall’analisi dei dati emerge un sistema con un livello di readiness complessivamente medio-alto: l’Emilia-Romagna dispone di una rete diabetologica strutturata, di competenze consolidate e di una cultura dell’integrazione ospedale-territorio. I principali punti di forza sono la solidità della rete specialistica, la presenza di professionalità qualificate, l’esperienza nella gestione integrata della cronicità e la crescente attenzione alla multi-professionalità. Emerge, inoltre, una buona capacità di sviluppare soluzioni organizzative innovative e di adattare i percorsi alle caratteristiche dei diversi territori. Le criticità più rilevanti riguardano soprattutto la frammentazione dei dati, l’interoperabilità ancora incompleta tra sistemi informativi e la difficoltà di misurare in modo uniforme processi ed esiti assistenziali. A ciò si aggiungono una non omogenea implementazione dei percorsi nei diversi contesti aziendali, alcune discontinuità nel raccordo tra medicina generale, specialistica e servizi territoriali e la pressione crescente sulle risorse professionali. Le priorità individuate richiamano alla necessità di costruire una governance più integrata dei dati, definire indicatori regionali condivisi, monitorare gli esiti e rendere più omogenea l’applicazione dei percorsi. Occorre, inoltre, rafforzare la stratificazione della popolazione per livello di rischio, una maggiore chiarezza dei ruoli e del passaggio tra i diversi professionisti, investire ulteriormente nel teleconsulto, nella presa in carico multiprofessionale e nelle politiche sul personale, per le ricadute che hanno anche su questo ambito delle politiche sanitarie. L’obiettivo non è uniformare rigidamente tutti i territori, ma garantire standard comuni di qualità, accessibilità ed equità.
«L’Emilia-Romagna parte da basi solide e presenta numerose esperienze di valore. La sfida principale è trasformare questa ricchezza in un sistema sempre più omogeneo, misurabile e realmente integrato – commenta Angela Ianaro, osservatorio Innovazione Motore Sanità, Professoressa Ordinaria di Farmacologia, Università degli Studi di Napoli Federico II – capace di assicurare a ogni persona con diabete di tipo 2 la stessa qualità di presa in carico, indipendentemente dal territorio di residenza. Questa seconda Survey rappresenta una ulteriore base conoscitiva molto importante, che sarà ulteriormente integrata e valorizzata attraverso il confronto con le altre Regioni italiane coinvolte nel progetto. La sanità emiliano-romagnola, per quanto attiene alla presa in cura delle persone con diabete, è da considerarsi ad un livello elevato e consolidato, con una forte maturità sul piano clinico, una robusta e solida rete diabetologica e territoriale con la medicina generale, grande attenzione all’innovazione, all’appropriatezza prescrittiva, alla sostenibilità e all’equità. Infine, da sottolineare l’impegno per la prevenzione e per i bisogni della Comunità».
Evoluzione dei modelli clinici e prospettive future di policy
Negli ultimi anni è in atto un acceso dibattito della comunità scientifica e medica sulla necessità di un cambio di paradigma nell’approccio alla cura del diabete di tipo 2, che sposti l’asse di osservazione dall’acuzie alla prevenzione e alla diagnosi precoce, con un utilizzo anticipato nella sequenza terapeutica dei farmaci di ultima generazione. La Società Europea di Diabetologia ha elaborato insieme all’American Diabetes Association nuove indicazioni per la gestione terapeutica delle persone con diabete di tipo 2. Il documento, che verrà presentato in occasione del Congresso della Società Europea per lo Studio del Diabete, in programma in Italia dal 28 settembre al 2 ottobre, chiarisce che due classi di farmaci, incretine e gliflozine, dovrebbero essere considerate precocemente già alla diagnosi di diabete, perché più efficienti sul piano metabolico e della protezione cardiovascolare e renale rispetto a farmaci pur validi e di costo contenuto come la metformina.
«Il cambio di paradigma nasce dall’evoluzione delle conoscenze. Per molti anni, soprattutto nel diabete di tipo 2, l’obiettivo centrale è stato il controllo della glicemia, che resta fondamentale per ridurre il rischio di complicanze – dichiara Marcello Monesi, Direttore della Diabetologia territoriale – Dipartimento Cure Primarie, Azienda USL di Ferrara – Oggi, però, sappiamo che non basta: occorre considerare precocemente il profilo cardiovascolare, renale e metabolico complessivo della persona e cercare di modificarne la traiettoria prima che si manifestino eventi o danni d’organo. Il principio è utilizzare precocemente l’innovazione quando è appropriata, non prescrivere indiscriminatamente tutti i farmaci a tutti. Servono una stratificazione accurata del rischio e una scelta terapeutica personalizzata. La parola chiave è prevenzione. In una persona con diabete di tipo 2 e un profilo clinico appropriato, introdurre tempestivamente una terapia con beneficio cardiovascolare o renale può contribuire a ridurre gli eventi, i ricoveri per scompenso e la progressione della malattia renale. Non significa anticipare indiscriminatamente ogni nuovo farmaco, ma evitare ritardi non giustificati quando le evidenze e le condizioni del paziente indicano un beneficio effettivo. Anche la sostenibilità va valutata lungo l’intero percorso di cura. Non si può affermare in generale che ogni innovazione produca risparmio; il suo valore dipende dagli esiti ottenuti e dall’appropriatezza con cui viene utilizzata».
Il diabete, paradigma della cronicità, è una malattia in crescita a livello globale sia dal punto di vista epidemiologico sia economico, con un incremento dei costi anche sul fronte farmaceutico. L’innovazione terapeutica spinge la spesa farmaceutica a nuovi record, trainata dalle classi innovative di antidiabetici, il cui utilizzo, più costoso all’inizio, genera tuttavia un incremento di efficacia e una riduzione dei costi associati a complicanze, anche se a fronte di un maggior costo del trattamento non compensato dai costi evitati.
«Le ultime evidenze sul costo sociale del diabete di tipo 2 risalgono al 2016 e ci dicono che tale costo è pari a poco più di 20 miliardi di euro in Italia. Il 46% dei costi è a carico del sistema sanitario e il 54% sono costi diretti non sanitari e costi collegati alla perdita di produttività dei pazienti. Lo stesso studio evidenzia come il 10% dei costi sociali sia associato alla gestione della malattia metabolica e ben il 90% alle complicanze del diabete e ai ricoveri – sottolinea Claudio Jommi, Professore ordinario di Economia Aziendale, Dipartimento di Scienze del Farmaco, Università degli Studi del Piemonte orientale – Dati più recenti specifici sui costi sanitari, derivanti dai database amministrativi e illustrati nel Rapporto 2024 sugli Stati Generali sul Diabete, evidenziano che solo l’8,8% dei costi è da attribuire ai farmaci per il diabete, il 30,6% ad altri farmaci per la gestione delle complicanze e il 40,7% alle prestazioni di ricovero, anch’essi associati a complicanze. Lo stesso Rapporto stima in 2.800 euro il costo medio di un paziente diabetico a carico del SSN. Non vengono riportate nello stesso Rapporto stime regionali, ma se questo dato fosse applicato alla prevalenza dei pazienti diabetici in regione Emilia-Romagna, il peso economico del diabete supererebbe in tale Regione i 640 milioni di euro, prossimo al 6% della spesa sanitaria pubblica regionale».
A conclusione dei lavori di questa seconda tappa del progetto promosso da FIASO sul diabete di tipo 2 e la readiness del SSN, è stato elaborato e presentato un documento di policy regionale, nel quale l’Emilia-Romagna si colloca in una ‘fase di readiness medio-alta, con un sistema che dispone di cornice regionale, competenze cliniche solide, rete diabetologica, infrastrutture territoriali, capacità di innovazione, flussi informativi e partecipazione associativa, condizioni che la distinguono da contesti in cui il percorso dipende quasi esclusivamente da iniziative locali’. Il problema di policy non è costruire da zero un modello, ma consolidare e aggiornare quello esistente, riducendo la variabilità locale e collegando governance, dati e outcome, rispettando l’autonomia organizzativa aziendale, ma fissando un nucleo regionale comune e verificabile.
Otto le policy priorities ad alto impatto individuate nel breve periodo:
- Integrare dati clinici, prescrittivi, ospedalieri e territoriali in un cruscotto condiviso e utilizzabile nella pratica.
- Passare da indicatori di volume e consumo a outcome clinici, ricoveri evitabili, qualità di vita, PROMs e PREMs.
- Definire standard minimi regionali per invio, presa in carico, follow up, intensificazione e dimissione protetta.
- Rendere sistematica la stratificazione del rischio cardio-rene-metabolico nelle cure primarie e nella diabetologia.
- Definire standard minimi di infermieristica, dietistica, podologia, educazione terapeutica e supporto psicologico.
- Ridurre le disuguaglianze di aree appenniniche e periferiche con telemedicina e servizi di prossimità.
- Aggiornare le Linee di indirizzo 2017 e chiarire formalmente il rapporto tra cornice regionale e declinazioni aziendali.
- Rafforzare il coinvolgimento competente delle associazioni nella progettazione e valutazione dei percorsi.
Secondo Nicoletta Natalini, Coordinatrice regionale FIASO Emilia-Romagna, Direttrice Generale della Azienda USL e Commissaria straordinaria Azienda Ospedaliero-Universitaria di Ferrara: «Il nostro approccio alla gestione del diabete di tipo 2 rappresenta un esempio maturo di applicazione del Chronic Care Model nel SSN, con il superamento del vecchio modello centrato sulla prestazione specialistica per costruire una presa in carico integrata fra medicina generale, diabetologia e territorio. Il diabete non è considerato soltanto una patologia da controllare, ma un paradigma della cronicità, per il quale diventano centrali continuità assistenziale, multidisciplinarietà, responsabilizzazione del paziente e prevenzione delle complicanze. Quanto si sta sperimentando in alcune aree territoriali dell’Emilia-Romagna, come per esempio Ferrara e Parma, con la gestione unitaria dell’Azienda USL e dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria, consente di avere una visione privileged sull’intero percorso di salute dei pazienti affetti da diabete, perché integra la responsabilità di tutte le strutture e di tutti i percorsi sanitari della provincia».