Riceviamo e pubblichiamo la lettera che Anna Chiara, figlia di Giampaolo Amato, ha inviato alla redazione di E’Tv. Uno scritto che, come racconta la giovane, “rompe il silenzio”. Il padre, medico oculista, è stato condannato all’ergastolo a Bologna, in primo grado, per gli omicidi della moglie Isabella Linsalata e della suocera Giulia Tateo.
Dalla Figlia di un Presunto Assassino
Sono rimasta in silenzio per molto tempo, per rispetto della mia famiglia e del nostro dolore, anche se altri hanno spesso scelto di esporci al pubblico in contesti che ho ritenuto del tutto discutibili.
Ora però basta.
Continuo a sentire, vedere e leggere troppe informazioni semplicemente sbagliate, tanto nelle aule di giustizia quanto sui canali di informazione. Decido quindi, mio malgrado, di scrivere queste righe, perché non posso più sopportare che la mia storia, quella della mia famiglia e dei miei genitori, continui ad essere travisata.
Voglio essere breve e cercherò di farlo suddividendo quanto segue in tre punti (già esposti con dovizia di ulteriori particolari nelle competenti sedi, pur con i ben noti esiti).
A. Elementi del tutto falsi
- Mia zia, poi costituitasi parte civile nel processo, non ha mai richiesto l’autopsia di mia madre. Quando è avvenuta la scelta, lei si trovava fuori Bologna. Piuttosto, procedere all’autopsia é stata una decisione presa da mio fratello, insieme a mio padre, unici due familiari in casa in quel momento, per dissipare eventuali dubbi su malattie genetiche. In altri termini, l’autopsia è stata richiesta dall’uomo che adesso è in carcere per gli asseriti esiti della stessa. Fa riflettere, no?
- Mio padre non ha mai chiesto né suggerito che mia madre fosse cremata. In una conversazione avvenuta dopo che la salma di mia madre era già stata prelevata ai fini dell’autopsia, quest’ultimo si è limitato a ricordare che, in quanto sua consorte, lei avrebbe avuto diritto ad essere riposta nella tomba di famiglia del ramo paterno, dove però – per ragioni di spazio – è necessario essere cremati. Io e mio fratello gli abbiamo però espresso la preferenza perché nostra madre fosse sepolta all’aperto, nello stesso cimitero dove riposano i nostri nonni materni. A fronte di ciò, lui si è immediatamente attivato perché tale desiderio fosse esaudito, come poi è successo. Tutto ciò è avvenuto dopo che era già stata predisposta l’autopsia; quindi, qualsiasi asserito tentativo di “occultare prove” sarebbe stato totalmente privo di senso.
- Mio padre non ha mai richiesto aggiornamenti sull’autopsia in modo pedante o sospettoso. Piuttosto, si è semplicemente limitato a domandare aggiornamenti sui tempi di comunicazione dei risultati, poiché, trascorso il termine che ci era stato indicato, né lui, come vedovo, né noi, come orfani, avevamo ricevuto alcuna informazione. Ero io soprattutto, impaziente e preoccupata, a chiedergli di informarsi. Per via di tale impazienza, ho anche provato a chiedere a mia zia di informarsi tramite il consulente che lei stessa aveva nominato per “supervisionare” l’autopsia, dopo che quest’ultima era stata disposta. Solo con il senno di poi ho capito che tutte le sue risposte erano reticenti. Mio padre non aveva alcun timore rispetto all’autopsia, aveva ringraziato la zia per la premura di nominare un consulente, senza aver mai neppure considerato di nominarne uno a sua volta: perché avrebbe dovuto farlo, d’altronde? In teoria, volevamo tutti la stessa cosa: capire, nel modo più accurato possibile, cosa fosse successo a mia madre.
- Io e mio fratello non siamo, non siamo mai stati, e mai avremmo potuto essere, influenzati, manipolati o orchestrati da nostro padre nella gestione delle proprietá che, nostro malgrado, abbiamo ereditato (proprietá alle quali lui ha immediatamente rinunciato dopo la morte di nostra madre, prima dei risultati dell’autopsia, prima del perito, prima del processo…). Su altro versante, chi ci conosce sa bene che siamo tutto fuorché influenzabili o manipolabili: siamo un medico di 28 anni e un avvocato di 32, i quali, a causa della relazione extra-coniugale di nostro padre, lo abbiamo pesantemente criticato. Dal momento in cui io e mio fratello siamo diventati ufficialmente proprietari degli appartamenti di nostra madre e nostra nonna, abbiamo preso ogni decisione autonomamente, senza alcuna influenza o suggerimento da parte di nostro padre – che, anzi, ci diceva sempre: “Sono cose vostre, fate come meglio ritenete.” Mio padre è tornato a vivere nella nostra casa familiare solo in seguito a espressa richiesta di mio fratello, essendosi quest’ultimo ritrovato a viverci completamente da solo, dato che io risiedo fuori Bologna da molti anni.
B. Congetture che sfuggono a qualsiasi raziocinio
So che questo è il merito del processo, e sarà compito degli avvocati trattarlo, ma la lettura giudiziale di questa vicenda è piena di congetture, mi soffermo sulle più eclatanti:
- E’ ragionevole che una donna, di professione medico, abbia asseritamente lasciato intendere a sua sorella e alle sue amiche più strette, anche queste ultime donne di professione medico, di temere che mio padre le somministrasse a sua insaputa benzodiazepine, e che nessuna di loro abbia fatto, detto o denunciato nulla, malgrado la loro professione le consigliasse – o forse obbligasse – a fare cio’?
- È ragionevole che una donna, di professione medico, se avesse avuto anche solo il minimo dubbio di essere vittima di un avvelenamento, abbia continuato a proporre al suo presunto avvelenatore (mio padre) viaggi e weekend da soli, o abbia insistentemente chiesto ai figli – i quali, in quel periodo, a causa della menzionata relazione extra-coniugale, avevano praticamente interrotto i rapporti con il padre – di trascorrere del tempo da soli con lui?
- È ragionevole che parte di quelle stesse amiche, che avrebbero saputo della presunta pericolosità di mio padre, abbiano continuato a frequentarlo e, addirittura, a farsi visitare da lui come medico, chiedendo assistenza di favore anche per i propri familiari?
- È ragionevole comminare un doppio ergastolo senza movente? O meglio, con un movente che cambia di volta in volta proprio perché nessuno regge alla prova della logica? Le ho sentite tutte. Prima si è avanzata l’ipotesi di un movente economico, subito smentito: mio padre ha rinunciato immediatamente all’eredità. Poi si è passati al movente sentimentale – “voleva stare con l’amante” – che non solo è assurdo in sé (perché un uomo che giá intrattiene una relazione extra-coniugale alla luce del sole dovrebbe nuocere alla moglie?), ma ancor più inspiegabile se si considera il presunto coinvolgimento di mia nonna. Da ultimo, si sente ora parlare di un nuovo movente: “voleva liberarsi dei vincoli familiari troppo pesanti.” Le indagini, comprese intercettazioni e analisi dei messaggi familiari, hanno dimostrato chiaramente come mia madre non si fosse mai posta come ostacolo alla relazione extraconiugale di mio padre; piuttosto, gli aveva solo chiesto di scegliere. Né mia nonna, chiaramente, si era mai intromessa, né tantomeno opposta. Legati da rapporti evidentemente diversi, gli unici ad aver espresso una contrarietà netta rispetto alla relazione di nostro padre siamo sempre stati solamente io e mio fratello.
C. Ciò che mia madre non avrebbe mai voluto
- Sapere che i suoi figli sono stati totalmente abbandonati non solo dalla sorella, ma anche dai suoi amici più stretti, dopo che, da tre anni, sono rimasti senza entrambi i genitori. Sapere che queste persone non hanno nemmeno il coraggio di guardarli in faccia quando li incontrano, o fanno di tutto per evitarli. Perché? Perché non hanno voluto conformarsi al teorema accusatorio, avendo, a differenza di tanti altri, letto gli atti, messo in discussione le varie ipotesi, giungendo ad una conclusione meditata, riflessa e libera da qualsiasi influenza esterna o interesse: non c’è nulla che dimostri con ragionevolezza che nostro padre sia colpevole del reato che gli viene ascritto.
- Sentire grandi invocazioni a tutela della sua memoria, tradotte poi in realtá in richieste di risarcimento per centinaia di migliaia di euro.
Negli ultimi anni ho attraversato più tragedie, disillusioni e delusioni di quante una persona dovrebbe essere costretta a sopportare in un’intera vita. Eppure, vado avanti, perché, prima di tutto questo, ho avuto una famiglia che mi ha dato tutti gli strumenti per affrontare qualsiasi difficoltà. Mia madre mi ha insegnato a fare la cosa giusta, a non cadere nelle piccolezze umane, a essere resiliente. E mio padre mi sta insegnando, giorno dopo giorno, che cos’è davvero la forza d’animo: affronta con una determinazione quasi sovrumana la gigantesca ingiustizia che gli – e ci – è piombata addosso.
Soprattutto, vado avanti perché so di stare combattendo per ciò che è giusto. Non credo che molti altri possano dire lo stesso. Noi continueremo a combattere.
