Il fatto che fosse uscito di casa con un'arma, il coltello con cui avrebbe ucciso il 16enne Fallou Sall, significa che aveva piena coscienza delle azioni che avrebbe potuto compiere. E' questo, in sintesi, il pensiero dei giudici del Tribunale dei minori di Bologna contenuto nelle motivazioni della sentenza con cui, lo scorso dicembre, hanno condannato a 11 anni e sei mesi il ragazzino, all'epoca dei fatti anche lui 16enne, che il 4 settembre 2024 accoltellò a morte Fallou in via Piave, a Bologna. Il giovane è stato condannato non solo per omicidio volontario, ma anche per il porto abusivo del coltello con cui è stato commesso il delitto e per lesioni aggravate nei confronti di un 17enne bengalese amico di Fallou. La Procura aveva chiesto una condanna più pesante -21 anni- ma i giudici hanno deciso di concedere le attenuanti generiche, tenuto conto della "complessiva condizione dell'imputato": il fatto che fosse incensurato e anche il suo difficile percorso adolescenziale e le problematiche relazionali con i coetanei, che -si legge- “non possono comunque giustificare il sacrificio di una vita umana innocente". Tra le altre cose, i giudici scrivono che “appare certo, oltre ogni ragionevole dubbio che il giovane accettò il rischio che la coltellata inferta potesse produrre un evento letale". Fallou fu ucciso dopo essere intervenuto in difesa di un amico, il 17enne bengalese che da tempo aveva screzi con l'imputato.
Omicidio Fallou: l’imputato aveva piena coscienza delle sue azioni