T-shirt verde, braccia tatuate e sguardo beffardo. Marin Jelènic, il 36enne croato accusato dell’omicidio del capotreno Alessandro Ambrosio, è arrivato così nell’aula del tribunale di Bologna dove è cominciato il processo in Corte d’Assise che lo vede imputato del delitto avvenuto lo scorso 5 gennaio in stazione. E' stato prima accompagnato nella 'gabbia' di vetro, poi si è seduto accanto al suo avvocato, Christian Di Nardo. In aula: la fidanzata di Alessandro, Francesca Ballotta, insieme allo zio. I genitori del capotreno, Luigi ed Elisa, non se la sono sentiti di partecipare, come ha spiegato la stessa Francesca: “Essere qui -ha detto- fa male a tutti”. Quello del capotreno è un delitto fin qui senza movente. Contro Jelènic ci sono il sangue della vittima su una delle sue scarpe, sulla lama del coltello e sulla fodera. Inoltre, le immagini delle telecamere della stazione, che lo hanno ripreso mentre seguiva la vittima per ben 11 minuti. In questa prima udienza, la difesa del 36enne croato aveva chiesto di disporre una perizia psichiatrica sul suo assistito, portando documentazione di alcune visite, richiesta che la Corte, presieduta dal giudice Pasquale Liccardo, ha respinto perché "dalla documentazione sanitaria emerge che non ci sono azioni deliranti, Jelenic appare lucido e vigile, sebbene reticente”. Assistiti dall'avvocato Alessandro Numini, i familiari di Alessandro sono stati ammessi come parti civili, insieme al Comune di Bologna, alla Filt Cgil e alla Fit Cisl. Il legale dei genitori ha espresso soddisfazione per il rifiuto della Corte di concedere la perizia psichiatrica sull'imputato. La prossima udienza è stata fissata per il 20 maggio. A quanto risulta, Jelenic avrebbe detto al suo legale di non riconoscere le prove a suo carico e di avere un alibi, alternando tuttavia -spiega lo stesso avvocato- momenti di lucidità a momenti in cui sembra assente.