“Sappiamo tutti che a Trump non frega niente del popolo iraniano: lui va dietro ai suoi interessi e l’Iran è un boccone buono per tutti, anche per l’Occidente, per l’Italia, per tutta l’Europa.” Ha le idee chiare Sohyla Arjmand, attivista da anni impegnata per i diritti umani nel suo paese, l’Iran, che ha lasciato alla fine degli anni 70. Era in Italia per studiare quando scoppiò la rivoluzione islamica e da allora non ha potuto tornare in patria, dove il regime nel frattempo le ha ucciso un fratello e una sorella.
Sohyla, che da oltre 40 anni vive e lavora a Bologna, spera che sia il popolo iraniano a decidere chi dovrà guidare il paese dopo la guerra. Si dice ancora scioccata per la morte dell’ayatollah Khamenei, anche se avrebbe preferito vederlo arrestato e processato. “Io sono contro la guerra, anche se so che a tanti miei compaesani non piace che io dica questo -ha detto- per me la morte di Khamenei è stato uno shock, però avrei preferito che l’arrestassero, doveva rispondere di tutti i delitti che ne ha fatto per anni, lui ha ordinato di macellare migliaia dei ragazzi, migliaia di giovani. Forse è stata una fortuna per lui morire così.”
Dopo l’inizio della guerra, Sohyla non ha ancora potuto sentire i parenti che vivono ancora là: “Purtroppo no, per non creare problemi a loro, perché il regime mi conosce benissimo, è una vita che vivo sotto loro minacce. E se potevo, invece di stare qua io ero là con loro.”
Da molti anni Sohyla Arjmand si batte per i diritti umani nel suo paese, per quelli delle donne in particolare, ma anche per i giovani e i tanti prigionieri politici: “Ho voluto sempre tenere la situazione accesa almeno a Bologna, dove vivo” spiega, ammettendo poi di non credere che questa guerra durerà solo poche settimane, come annunciato da Trump. “Ci vorrà un bel po’, con tutti i disastri che sono stati fatti, e non sarà facile. Ma per l’importante è che chi guiderà in futuro l’Iran per prima cosa fermi le esecuzioni, liberi i prigionieri politici, abolisca la censura, e che ci sia la libertà. Queste sono le cose principali che mancano ormai da quasi 50 anni in Iran.”
Infine la speranza, dopo 40 anni, di poter tornare nel suo paese: “Mi piacerebbe tanto camminare per strada e sentire parlare la mia lingua, questo per me è un sogno”.