Violentò una minorenne in stazione, dopo 8 anni arriva la condanna

Violentò una minorenne in stazione, dopo 8 anni arriva la condanna

Nell'autunno del 2017 la notizia della denuncia di una violenza sessuale su un vagone di un treno ai danni di una 17enne, al termine di una serata a Bologna, fu amplificata da un prete, che scrisse su Facebook parole che fecero arrabbiare la famiglia della vittima e scatenarono un acceso dibattito. Il sacerdote disse in sostanza che lei se l'era cercata, e di non provare pietà, costringendo la diocesi a prendere le distanze dalle affermazioni. Poi nel 2019 il marocchino Dhabi Amine, 32 anni, individuato e arrestato come responsabile venne assolto e scarcerato, perché non erano stati trovati riscontri sufficienti, per i giudici, alla vicenda per come era stata raccontata dalla ragazza. Ma otto anni dopo, in un'aula della Corte di appello, davanti alla madre e alla nonna della giovane, oltre che dell'imputato – nel frattempo finito in carcere per un'altra vicenda analoga – è arrivata la svolta: i giudici hanno condannato a quattro anni e due mesi il marocchino Dhabi Amine. La Procura generale, con la pg Silvia Marzocchi, ne aveva chiesti sette, sottolineando l'assoluto stato di incapacità della vittima ad esprimere consenso. L'avvocato Alessandro Cristofori, difensore dell'imputato, aveva chiesto invece l'assoluzione per insufficienza di prove. Secondo quanto si ricostruì all'epoca la giovane fu avvicinata da due uomini, uno dei quali era Amine. Poco dopo lei si accorse di non avere il cellulare: per gli investigatori della squadra mobile era stato l'uomo a sottrarglielo e, con la scusa di recuperarlo, la convinse a seguirlo in stazione dove poi avvenne l'abuso. In primo grado venne assolto dalla violenza sessuale e condannato a quattro mesi e a 120 euro di multa solo per il furto del telefono. Poco dopo la scarcerazione però è stato nuovamente arrestato, per un'altra violenza sessuale. In secondo grado è stata riaperta l'istruttoria e nella scorsa udienza era stata risentita la giovane vittima. La pg Marzocchi ha sottolineato lo stato di incapacità in cui si trovava quella sera, per aver assunto alcol e droga, citando le dichiarazioni dei testimoni che hanno riferito di come non si reggesse in piedi e fosse completamente fuori di sé. La sentenza ha riconosciuto la responsabilità dell'imputato, escludendo l'aggravante dell'aver somministrato droga alla vittima. "Spero che questa decisione – ha commentato la madre – possa essere utile anche per altre vittime di violenza inascoltate e non credute e credo che, pur a distanza di tanti anni, sia un risultato importante, in un momento storico come questo. L'imputato approfittò di una ragazza inerme e i giudici lo hanno riconosciuto. Io sono contenta, ma sarei stata contenta in ogni caso perché la cosa più importante è che dopo anni difficilissimi mia figlia ora sta bene. Anche se questo incubo non sarà mai cancellato del tutto, è riuscita a risollevarsi e ora possiamo tutti insieme affrontare il futuro con più serenità e fiducia nella giustizia".